
© Jon Worth / British Humanist Association, atheistbus.org.uk
The bus you will not see in Italy...
A column of mine (in Italian):
Misteri del trasporto pubblico. Gli autobus circolano rivestiti di donne spogliate e mercificate, di promozione agli innumerevoli giochi d'azzardo dello Stato biscazziere, di ogni altro rigurgito dell'invadente e onnipresente sciocchezzaio pubblicitario. Per lo slogan "Dio non esiste", invece, non c'è posto.
L'Uaar, profana congregazione di atei e agnostici razionalisti, ha dovuto ripiegare su un annuncio da ritirata. Si limita a comunicare l'esistenza di milioni di atei. Notizia clamorosa, come no, messaggio sconvolgente. L'altro, indubbiamente più efficace per le ruvide norme della comunicazione, avrebbe ferito - è stato detto - la sensibilità dei fedeli, che infatti esultano per la vittoria. Niente vero: è una sconfitta.
È un colpo al cuore per chi ha fede nel Dio del dialogo, del confronto, del rispetto per le opinioni altrui (perfino se irrispettose, provocatorie, fastidiose), per chi crede nel Padre invece che nel padrone. È il ferimento della visione conciliare, dello strabismo benefico di chi considera insieme il divino e l'umano, il sagrato e la piazza, la Bibbia e il giornale. È l'assassinio della fede moderata, di una religione libera e liberale che non teme di essere messa in discussione, di rispondere alla polemica, di contrastare con le proprie ragioni quelle degli altri: anche se colpiscono alle fondamenta o possono suonare assurde, paradossali.
Cancella l'ottica di relazione e afferma il dogmatismo: un successo della religione debole, incerta, tremula; un trionfo per chi preferisce non vedere e non sentire, rinchiudersi nel proprio tempio e nella propria sacrestia, non permettere contraddittorio magari perché non saprebbe come cavarsela, cosa rispondere.
Espone i credenti a critiche polverose: oscurantismo, assolutismo (che certo non manca neppure alla controparte), mancanza di libertà.
Non tutela la fede dei "semplici", perché anche questi si rafforzano quando si incrociano le spade. Piuttosto rinvia alla logica, che si vorrebbe superata, dell'Indice dei libri proibiti o delle santissime inquisizioni. Non salvaguarda la sensibilità, certifica la suscettibilità. Custodisce la permalosità del credo concentrato sul proprio ombelico, timoroso di sporcarsi le mani nel fango della realtà.
Grida "abbiamo paura". Come se i secoli non avessero già visto gli apologeti avversare il paganesimo, i Padri le eresie, i filofosofi altre filosofie, i polemisti gli illuminismi e gli scientismi. Come se le teorie della morte di Dio o dell'Aldilà inventato non riempissero archivi e scaffali. Come se non fossero esistiti fenomeni radicali del tipo "teologia della secolarizzazione" e "atei cristiani".
Qualcuno ha osservato che si può mettere in discussione l'esistenza di Dio ma non la sussistenza del bisogno religioso. Tuttavia, sulla necessità di sacro (che appare in ripresa, dopo "l'eclissi") serve intendersi bene. Non risulta indiscutibile l'origine soprannaturale. Alcuni, recentemente, si sono avventurati nel tentativo di attribuire una nascita evoluzionistica o addirittura genetica all'esigenza di credere. Più comunemente, sono in tanti a considerarla un frutto umano, troppo umano, creato per soddisfare richieste di conoscenza (come pensarono gli epicurei) o rispondere a questioni pratiche: l'insicurezza sul futuro, la malattia e il dolore, la morte.
Il sofista Crizia, uno dei trenta tiranni di Atene, per primo ha creduto alla fonte politica del fenomeno religioso, utile alle classi dominanti per prevaricare. Molti, successivamente, hanno condiviso questa lettura. Altri l'hanno avversata. Veder circolare qualche autobus con una forte negazione del divino e del suo bisogno avrebbe suscitato nuove domande, nuove risposte. Si è persa un'occasione.