Sunday, August 09, 2009

Love for Life

A letter from Italy:
Via della Provvidenza, l'indirizzo è già tutto un programma.

Per chi si interroga sui confini della vita e della morte, sulle questioni del testamento biologico e dello "staccare la spina", spingersi fino a qui può risultare utile. Affacciato su questo stradone di Sarmeola, comune di Rubano, alle porte di Padova, c'è il Cottolengo veneto.

Lo chiamano tutti così, rifacendosi alla grande opera benefica fondata a Torino da san Giuseppe Benedetto Cottolengo (1786-1842), la Piccola Casa della Divina Provvidenza. Infatti anche in questo caso il nome suona Opera della Provvidenza Sant'Antonio, in sigla Opsa.

Ma poco contano i titoli o la storia, oltre un secolo più breve del modello torinese. Importa, invece, che al di là del muro di cinta, il cancello, il viale asfaltato, il parco immenso, viva una città inimmaginabile da fuori: per chi non vede o, peggio, non vuole vedere. Un "santuario della sofferenza e della carità", lo definiscono. Un complesso edilizio dalle forme squadrate di 210 mila metri cubi, 10 unità residenziali, 33 reparti, in grado di accogliere 700 persone con handicap grave.

I tre piani sono anche una scala del dolore: rappresentano tre livelli di serietà delle patologie. Si sale e si incontra una natura sempre più afflitta. Le camere ospitano decine di sindromi, malattie dal nome impronunciabile, rachitismi cronici, stati vegetativi. Accolgono il bambino e l'anziano, la persona con il corpo attorcigliato come un tronco d'ulivo e quella nata senza corteccia cerebrale.

Questo non è un ospedale. Le oltre mille persone che ogni anno vengono a vedere l'Opsa non fanno il giro turistico di una struttura sanitaria per meravigliarsi di quanto sia umana o all'avanguardia.

Cercano il cuore che batte tra le pareti: l'infermeria, gli ambulatori, le palestre per la fisioterapia, i laboratori per psicologia e logopedia, la sala per le visite dei familiari, la chiesa moderna dai mosaici coloratissimi, il cinema-teatro da 800 posti, la cucina, la lavanderia.

Inseguono la lezione di amore tra i tic e le bave, le barelle, le carrozzine, i respiratori, i sondini, i tubi, i monitor dei parametri vitali, le deformità, le piaghe da decubito.

Provano a capire se è vita, e che vita è, quella di chi certamente vivo non sembra però presente: non capisce, non reagisce, non dialoga. Non deglutisce e, se lo fa, non riesce a mangiare da solo. Deve essere nutrito: con un cucchiaino, una cannuccia, una cannula. Va girato, alzato, spostato, stimolato.

Il visitatore entra scettico e timoroso, rispettoso e in punta di piedi. Esce turbato. L'esperienza si rivela inevitabilmente forte.

Nei corridoi color crema, con i finestroni orizzontali, non incontra soltanto medici, infermieri, terapisti, educatori, operai, volontari, le instancabili suore Elisabettine. Vede donne in tuta che ciabattano rasentando i muri e che l'anagrafe definisce adulte, vecchie perfino. Ma ragionano come bambine di pochi anni, quando ragionano. Hanno sguardi persi, smarriti; la mente sintonizzata sulla frequenza d'onda di un'altra dimensione. Non riconoscono l'altro, non memorizzano il suo nome, lo confondono con qualcuno che esiste nel loro ricordo o nella loro immaginazione. Però sorridono. La bocca sdentata trasmette allegria. Hanno una joie de vivre contagiosa, addirittura.

Incrocia uomini senza parole, capaci di produrre soltanto suoni incomprensibili, mugolamenti, gracchiamenti, sforzi gutturali. Uno piange senza sapere perché; una canta e balla in mezzo alla stanza in preda a una frenesia irrazionale. Per la sua felicità basta niente: un fiore di carta, una giornata di sole, un cioccolatino.

L'Opera è un'istituzione della diocesi di Padova. Fu voluta dal vescovo Girolamo Bortignon nel 1955. Il 23 ottobre 1956 toccò al Patriarca di Venezia Angelo Roncalli (poi Giovanni XXIII, il "Papa buono") benedire la prima pietra. Gli ospiti iniziali arrivarono il 19 marzo 1960. Erano nove bambini gravemente disabili con altrettante storie di emarginazione e bisogno.

Giovanni Paolo II ha fatto tappa all'Opsa nel settembre 1982.

Il Cottolengo veneto è stato diretto per quarant'anni da monsignor Francesco Frasson, che viene ricordato come "anima e padre" del luogo. Il presidente del consiglio di amministrazione è monsignor Alfredo Magarotto, già vescovo di Chioggia e di Vittorio Veneto. Mentre al posto di monsignor Frasson adesso siede monsignor Roberto Bevilacqua, 62 anni.

La sua vocazione merita un accenno. Don Roberto è medico, lavorava all'Opsa ben prima di diventare prete. Un giorno ha capito che, tra questi spazi, non ci si poteva limitare a curare i corpi, bisognava anche occuparsi delle anime. Ha ricevuto l'ordinazione sacerdotale nel 1984.

I suoi pazienti sono fedeli. In tutti i sensi.